Écrire

Una mia “amica” virtuale, (mica tanto amica poi, un po’ prevenuta solo perché è un gran bel pezzo di figliola) scrive ed un giorno scrisse che era tempo che non scriveva, quanto questo fatto fosse intrinsecamente positivo e che nonostante tutto anche se in quel momento scriveva non era cambiato nulla di epocale.

La sostanza sta nel fatto che, secondo lei, o quel suo post, si scrive perché si sta male; o, come preferisco io, si scrive bene quando si sta male, quando si provano emozioni viscerali. La felicità è vana, da questo punto di vista: sembra che ci si accontenti, e che si sia più legittimati a soffrire che a gioire; il nostro stato di comuni mortali, spesso prostrati al cospetto di elette schiere sempre più lontane [siamo in piena discesa verso un neo-feudalesimo NdA], ci permette di gioire per pochi istanti, essere mediamente felici per lunghi periodi e soffrire anche per sempre, se necessario.
Bene, a questo punto potrei non aver scritto per tanto tempo perché sono stato bene, mediamente felice magari, ma bene.
Quello che Roberta (lei, l’amica) non aveva considerato forse è che esiste una terza via: non stai abbastanza male, combatti per non star male ma al contempo non stai veramente bene, alterni la vita in picchi di momenti piacevoli intervallati da lunghi e lenti declivi verso fondi altrettanto brevi di dolore, intenso ma veloce.
Non so se è questo che non mi ha fatto scrivere, non so se qualcuno prova lo stesso, non so molto in verità, ma ho scoperto una cosa: mi piace il francese e ho deciso di scriverlo.
Non è un cambiamento epocale, viviamo in epoche opache per il mondo dove sembra che tutto brilli e splenda finché non lo si guarda da vicino.
E da vicino non è poi così bello.

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